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La relazione del presidente Carlo Sangalli all’assemblea generale Confcommercio (6 giugno 2019)

Il voto europeo del 26 maggio

Dopo il voto dello scorso 26 maggio, c’è una richiesta di una Europa diversa.

E, in questa Europa, c’è anche una richiesta di un’Italia diversa.

Un’Italia protagonista.

Protagonista per far avanzare sul piano istituzionale un Consiglio Europeo che ricorra di più al metodo delle decisioni a maggioranza qualificata e un Parlamento Europeo con una compiuta funzione di iniziativa legislativa.

Protagonista per fare avanzare un’Europa che sul piano economico contrasti ogni forma di dumping imprenditoriale e sociale. E risolva l’asimmetria tra politica monetaria e politica fiscale.

Un’Italia protagonista, insomma, che non giochi solo di rimessa, ma che sappia proporre. Penso ad esempio a tre priorità:

 

  • togliere dal computo del deficit gli investimenti cofinanziati in materia di infrastrutture, di innovazione e di capitale umano;
  • completare l’Unione bancaria con uno schema comune di garanzia dei depositi;
  • rilanciare l’iniziativa europea per il varo di un’efficace web tax.

 

E, sulla web tax, lasciatemelo ripetere: non è possibile che un commerciante, un imprenditore, debba pagare le tasse - tutte e subito - mentre questo non vale per i grandi monopoli del web!

L’Europa che vogliamo è quella certo del realismo, ma anche della saggezza.

Realismo perché ci auguriamo che la nuova legislatura europea sia improntata ad un robusto “eurorealismo”, lontano tanto dal ripiegamento euroscettico, quanto da un astratto federalismo.

Ma l’Europa deve dimostrare anche saggezza nel paziente e faticoso lavoro dei trattati multilaterali e di ricucitura delle tensioni commerciali.

Un’Europa, dunque, con il realismo per l’oggi e la saggezza per il domani.

Che significa, poi, mettersi nella prospettiva dei giovani, quelli che considerano l’Europa come la dimensione naturale della loro cittadinanza.

E spetta a noi rendere sempre più grande il loro orizzonte e sempre più forte il loro futuro.

 

Il nostro Paese

La ricetta di “realismo e saggezza” vale anche per il nostro Paese.

E tanto più nei momenti difficili, quando sono richieste chiarezza di prospettiva e responsabilità d’azione.

Realismo e saggezza, anche alla luce delle poco confortanti prospettive cristallizzate nell’ultimo DEF, dove si riconosce la necessità di spingere in alto la crescita.

Purtroppo, non basta quello che si sta già facendo.

Lo stesso governo ammette che gli effetti dei decreti “crescita” e “sblocca cantieri” non dovrebbero andare oltre qualche decimo di punto di PIL nel triennio 2019-2021.

Gli stessi obiettivi citati nel DEF di “inclusione sociale, contrasto alla povertà, avvio al lavoro della popolazione inattiva e miglioramento dell’istruzione e della formazione” sono ineccepibili.

Ma i circa 43 miliardi di euro destinati, nel triennio 2019-2021, al finanziamento del reddito di cittadinanza e di quota 100 determinerebbero una crescita aggiuntiva per non più dello 0,7 per cento.

In sintesi: ripresa quasi nulla e impegni di spesa rilevanti in uno scenario in cui il debito continua a crescere e il Pil è stagnante.

Questo divario tra la dinamica del debito e quella del prodotto ci preoccupa: preoccupa noi, le istituzioni internazionali e soprattutto i risparmiatori.

Ci preoccupa di più della fitta corrispondenza epistolare tra Commissione e Governo.

Guardate, lungi da noi sottovalutare i passi in avanti. Ma il traguardo è ancora lontano e le difficoltà non mancano.

 

Crescere

Per la crescita, si deve e si può fare di più.

Si deve perché, negli ultimi venti anni, il PIL italiano è cresciuto in termini reali ad un tasso medio di mezzo punto all’anno a fronte dell’1,7 per cento della media europea.

Si può. Si deve crescere.

Purtroppo restano le sfide strutturali che vanno vinte per imboccare un nuovo sentiero di sviluppo. Compresa una maggiore produttività nei servizi.

Perché sono i servizi di mercato il polo attrattore di produzione ed occupazione: prima, durante e dopo la crisi. In particolare, le imprese condotte dalle donne.

Sono le nostre imprese, le imprese del commercio, del turismo, dei servizi, della logistica e delle professioni, che negli ultimi venti anni hanno difeso l’occupazione di questo Paese.

Resta poi un’altra questione discriminante tra crescita e declino. Ed è il ruolo della domanda interna, quale insostituibile sostegno alla propensione agli investimenti.

Bisogna crescere di più.

Con due ali e un motore. Le due ali: innovazione e infrastrutture, e il motore: la riforma fiscale.

 

 

Innovazione

La costruzione di un vero e proprio “ecosistema” dell’innovazione è la priorità del Paese.

Avanti con le Strategie nazionali per la banda ultra-larga e per l’intelligenza artificiale.

Avanti con il Piano Impresa 4.0.

Tuttavia, sia per il Fondo nazionale per l’innovazione, sia per il complesso di azioni che il DEF richiama come “innovation act”, ribadiamo che il metro di misura devono essere le Piccole e Medie Imprese. In termini di ricerca applicata, di trasferimento tecnologico, di formazione, di alleanze con le Università.

In questo ambito, la frontiera dell’innovazione rende cruciale il tema dell’adeguamento delle competenze, come il mondo delle professioni sperimenta costantemente.

Ma “puntare sul digitale” per noi significa qualcosa di più.

A partire dal cambiamento di prospettiva della pubblica amministrazione.

La digitalizzazione funziona benissimo per i controlli e per le tasse, mentre la cattiva burocrazia continua ad ingessare le imprese e ad essere un costo aggiuntivo.

Noi siamo da sempre a favore di un sistema pubblico telematico.

Le nuove tecnologie, però, necessitano di tempi adeguati per essere assorbite.

A partire – ad esempio - dagli stessi nuovi registratori di cassa.

Abbiamo chiesto sei mesi, solo sei mesi in più, per organizzarci e affrontare l’investimento.

E’ davvero così complicato venire incontro a questa richiesta? Magari considerando che abbiamo appena affrontato il non banale impegno della fatturazione elettronica.

Ed ancora: per gli Indici Sintetici di Affidabilità, che hanno sostituito i vecchi studi di settore e che riguardano oltre 3 milioni e mezzo di contribuenti, è possibile che non siano ancora disponibili tutti gli strumenti per operare quando le scadenze sono alle porte?

Cari amici, la vera sfida digitale significa certo capire ed utilizzare gli strumenti.

Ma significa – soprattutto – generare più contenuti, più valore, più senso.

C’è vera innovazione dove la tecnica e la tecnologia migliorano il nostro essere persone, comunità e società.

 

 

Infrastrutture: il ruolo dei trasporti e della logistica

Nel tempo del “sempre connessi”, commercio e valore aggiunto sono fortemente condizionati dalla quantità e dalla qualità delle connessioni.

E arrivo alla seconda ala della crescita, dopo l’innovazione: le connessioni, le infrastrutture, le reti.

Serve, allora, una strategia europea integrata.

Serve per l’accessibilità ed il completamento, senza esitazioni o fraintendimenti, del disegno delle reti prioritarie di trasporto.

Serve anche per un approccio equilibrato al progetto cinese della “nuova Via della Seta”.

Serve attivare le connessioni: a partire dalla Torino-Lione, certo, e senza dimenticare le criticità dei nodi di rete come porti, aeroporti ed interporti.

E ancora connessioni attraverso l’accessibilità urbana ricordando che, oggi, il trasporto su gomma ha sensibilmente migliorato le proprie prestazioni ambientali.

Serve un sistema nazionale integrato dei trasporti così che la metrica dei prodotti passi dal “chilometro zero” all’“impatto zero”.

L’approccio dell’“impatto zero” coinvolge a pieno titolo la filiera marittimo-portuale, impegnata nella doppia sfida dell’ultimo miglio e della sostenibilità.

E qui va ribadita la centralità delle autostrade del mare, che assorbono la metà di tutti gli spostamenti delle merci.

Anche per questo nella governance dei porti andrebbe rafforzata la presenza degli imprenditori.

 

 

La questione delle imposte, la riforma fiscale

Dicevo: due ali ed un motore, la riforma fiscale.

Guardate, prima di parlare di qualsiasi riforma fiscale, per noi, lo sapete, c’è una condizione da cui non si può prescindere.

Questa condizione è presto detta: eliminare definitivamente gli aumenti delle aliquote IVA previsti nel prossimo biennio.

Tradotto in numeri: 51 miliardi di euro di maggiori imposte.

Questa antica, ripetuta e radicale opposizione agli incrementi di imposte indirette - e più in generale a qualsiasi incremento di carico fiscale - è ormai una nostra caratteristica.

Detto senza enfasi, ne siamo orgogliosi.

Perché non è una battaglia della Confcommercio, per la Confcommercio.

E’ una battaglia della Confcommercio a beneficio di ciascuno e di tutti i cittadini.

Apprezziamo certo le rassicurazioni sul disinnesco delle clausole, che spesso riceviamo da illustri esponenti del Governo.

Ma siamo e restiamo preoccupati.

Siamo preoccupati perché vanno spiegati bene agli italiani quali passi concreti si stiano facendo per il recupero di risorse per evitare gli aumenti dell’Iva.

E, soprattutto, siamo preoccupati perché mi pare si cominci a respirare un clima politico e culturale di rassegnazione.

Come se l’aumento dell’IVA appartenesse al nostro destino e non fosse una scelta nelle nostre mani.

Non possiamo accettare che si aumenti l’Iva per stanchezza, per mancanza di coraggio, per una sorta di inceppamento intellettuale che si arrende alla sfiducia, all’incapacità di progettare strategie alternative. Che si arrende all’opzione peggiore: quella, insomma, di aumentare le tasse.

Un’opzione che porterebbe dalla stagnazione alla crisi conclamata, quindi alla riduzione del PIL e dei consumi e al peggioramento del quadro di finanza pubblica.

Un film già visto, peraltro mediocre, con il finale scontato di istituire, per il futuro, nuove clausole per coprire nuovo e ulteriore deficit.

Usciamo da questa trappola, mentale prima che contabile.

Per questo, sull’Iva non abbassiamo la guardia, né oggi, né domani, né mai!

Nel nostro Paese il livello di pressione fiscale è superiore al 42 per cento.

E’ evidente che il processo di riordino e progressiva riduzione delle aliquote d’imposta sui redditi personali è l’altra grande urgenza fiscale che deve essere perseguita.

Un’urgenza che, tanto più nella prospettiva della flat tax, deve tenere insieme tre principi:

- semplicità degli adempimenti;

- equità di una “no tax area” che valga per lavoro dipendente e autonomo;

- progressività, anche attraverso un uso accorto delle detrazioni e delle deduzioni d’imposta.

Le risorse dovranno essere trovate a partire dal riordino e dalla riduzione della spesa pubblica improduttiva, dalle dismissioni di patrimonio, dal contrasto e dal recupero di evasione ed elusione.

Un’altra grande urgenza fiscale è data dalla necessità di un complessivo riordino della tassazione locale e di una compiuta deducibilità dell’IMU gravante sugli immobili strumentali delle imprese.

Su quest’ultimo fronte, intanto, abbiamo apprezzato lo sforzo compiuto dal Governo con il Decreto Crescita, che ha portato la deducibilità al 70 per cento.

Così come abbiamo apprezzato il riconoscimento del riporto delle perdite per le imprese che adottano il regime di cassa.

E bene anche, per fare un esempio, il varo della norma che consente l’operatività del credito d’imposta sulle commissioni pagate dai distributori a fronte di acquisti di carburante mediante i mezzi di pagamento elettronici da parte di consumatori e imprese.

Ma occorre, d’altra parte, puntare con decisione all’introduzione di un’unica “local tax” che accorpi, quantomeno, le attuali IMU e TASI.

Che senso ha avere due imposte locali che si applicano sugli stessi beni e sulle stesse basi imponibili?

E poi sulla TARI: che senso ha una tassa sui rifiuti che è cresciuta del 76 per cento in otto anni e che può variare del 250% tra Comuni confinanti?

E che senso ha, infine, cari amici, questa indefinita idea di “autonoma organizzazione” che vale anche per piccoli imprenditori e lavoratori autonomi e che, alla fine, si traduce in più IRAP per tutti?

 

 

Il cuneo contributivo: riforma Inail

La riforma delle imposte è strettamente collegata al tema del costo del lavoro.

Su questo tema mi avrete sentito, anche in passato, richiedere la riforma delle tariffe INAIL. Una richiesta in base al semplice principio che i costi dipendono dalle prestazioni usufruite.

Una richiesta che finalmente ha trovato accoglimento. E che oggi vale per le nostre imprese del terziario una riduzione di 500 milioni di euro all’anno.

E lo stesso principio ci aspettiamo venga praticato anche su altri versanti.

 

 

I contratti e la rappresentanza

Sul salario mi propongo di aggiungere una riflessione che tocca il tema dei contratti.

E’ una riflessione che parte da una premessa: noi siamo per uno Stato autorevole.

Uno Stato forte ed autorevole promuove la cittadinanza politica per le autonomie territoriali, sociali e funzionali.

A partire dalle Camere di commercio che rimangono le nostre istituzioni di riferimento.

Uno Stato forte ed autorevole riconosce, in chiave di sussidiarietà, il ruolo dei corpi intermedi, il ruolo delle parti sociali.

Perché, come non abbiamo mai chiesto allo Stato di fare l’imprenditore al posto nostro, così ci convince poco che al posto nostro faccia sindacato.

Chiediamo invece di permetterci di fare meglio il nostro lavoro, rafforzando la contrattazione collettiva tra le parti sociali più rappresentative.

Siamo stati tra i primi a firmare un accordo sulla rappresentanza nel 2015 con i sindacati dei lavoratori. E quella che dobbiamo percorrere insieme è una strada che ha ancora tanti passi ma un orizzonte chiaro: dare valore vero al peso autentico della rappresentanza.

Solo così è possibile contrastare “dumping contrattuale” e “contratti-pirata”, anche attraverso una più incisiva vigilanza degli organi ispettivi.

Sul salario minimo per legge, mi piace ricordare che il contratto collettivo, da sempre regolato in autonomia dalle parti sociali, è sempre di più uno strumento di organizzazione, di flessibilità, di tutele, di sistemi di welfare.

Stiamo dunque attenti a non minarlo nelle fondamenta.

Oggi il contratto collettivo è un concreto modello di “sostenibilità”, che significa per noi sguardo lungo e qualità, qualità dell’impresa e del lavoro.

 

 

Sostenibilità ambientale

E sostenibilità, sull’ambiente e l’uso delle risorse energetiche, significa anzitutto cambiare passo.

Cambiare passo, ad esempio, per ridurre il costo della provvista energetica.

Cambiare passo su una imposizione fiscale che incide sul prezzo dei prodotti energetici per più del 50 per cento.

Cambiare passo per equilibrare la bolletta energetica tra le imprese che consumano poco e quelle che consumano tanto.

 

 

Città e piccoli centri, rigenerazione urbana e meridione

C’è poi una sostenibilità quotidiana che le nostre imprese praticano ogni giorno.

Che è quella nelle città, dalle metropoli tascabili alla grande provincia.

Nel nostro Paese le persone che vivono già in città sono sette su dieci.

Si pongono quindi due temi: quello del riequilibrio territoriale e quello della qualità urbana.

Comincio con quest’ultimo: qualità urbana a partire dall’accessibilità, con i Piani urbani della mobilità sostenibile.

Un approccio coerente con la stessa Agenda urbana europea che promuove città competitive, città intelligenti, città sostenibili.

Penso ad esempio alla scelta di destinare almeno il 10 per cento del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale ad investimenti per la qualità dello sviluppo urbano.

Qualità urbana significa qualità del vivere e del lavorare, dai centri storici alla rigenerazione delle periferie.

Dicevo poi che sulle città c’è anche un tema di riequilibrio territoriale.

La corsa alla città ha riprodotto un esodo che riguarda soprattutto i giovani del Sud.

Che sempre più spesso sono costretti a cercare una speranza di futuro fuori dalla loro terra, con un saldo negativo di 340mila giovani emigrati in 10 anni dal Sud Italia.

Un’emorragia, che per di più si accompagna ad un divario occupazionale già preoccupante: tra Nord e Sud, la “forbice” è ormai di oltre 20 punti percentuali, come quella tra Grecia e Germania.

Si ripropone il tema della “autonomia differenziata”.

Val la pena di ricordare, anzitutto, che Centro-Nord e Mezzogiorno crescono o arretrano insieme.

Si affronti la questione degli eventuali trasferimenti di risorse per nuove competenze regionali, ma insieme è necessario determinare i livelli essenziali delle prestazioni ed i fabbisogni standard.

In questo contesto, è davvero interesse nazionale far valere le ragioni di un rilancio e di un rinnovamento della politica di coesione comunitaria.

Le nostre imprese sono “dappertutto e rasoterra”, come dice Giuseppe De Rita.

Così, il nostro fare impresa è funzione economica, ma da sempre e sempre di più è anche funzione sociale.

Quante volte ne abbiamo parlato: un tessuto sociale ed economico sano è il primo argine ai fenomeni illegali, dalla criminalità organizzata all’abusivismo, alla contraffazione.

E quante volte lo ripeteremo ancora: queste insegne accendono la luce sull’identità di un territorio.

Questo si capisce con forza quasi dolorosa nei momenti difficili.

Penso alle comunità stravolte dal terremoto dove persino riaprire il bar del paese è diventato un segno di vita e di futuro.

Queste zone non vanno dimenticate. E noi non lo faremo mai.

 

 

Il commercio e le sue regole

Sostenibilità, dunque.

Le politiche che servono non possono prescindere da questa capacità dell’impresa diffusa di contribuire a quel lavoro di “rammendo” – tanto urbanistico, quanto economico e sociale – di città grandi e piccole.

Basti pensare al rapporto strettissimo tra il modello italiano di pluralismo distributivo e lo sviluppo dei territori.

Non è quindi un caso che tutte le associazioni rappresentative di questo modello - caratterizzato da una vitale compresenza di piccole, medie e grandi superfici di vendita - si siano ritrovate nel condividere un percorso comune.

A partire dalle aperture e chiusure degli esercizi commerciali nelle giornate domenicali e festive, con la volontà di tenere insieme i valori della libertà d’impresa, del servizio ai consumatori e della giusta tutela del lavoro.

 

 

La risorsa turismo

 

Sostenibilità è, per noi, cura e valorizzazione dell’ambiente nella sua accezione più ampia: ecologica, ma anche storico-culturale.

Questa, del resto, è la dimensione della sostenibilità con cui ormai da tempo si confronta il mondo del turismo.

Dall’inizio della nuova legislatura, alcuni importanti novità sono intervenute: in materia di concessioni demaniali e di esercizio delle professioni turistiche, ponendo le basi per una legge delega.

Pesano, però, i ritardi nell’emanare - e talora anche semplicemente nell’applicare - norme di contrasto all’abusivismo.

Migliaia di imprese turistiche vengono stritolate da una concorrenza che opera totalmente senza regole.

E’ un danno irreparabile per tutto il sistema!

Resta poi aperto il tema principale: quello della visione complessiva per il turismo.

Una visione che integri, ad esempio, gli stessi asset delle imprese culturali e creative che non a caso hanno trovato nuovi spazi di rappresentanza in Confcommercio.

Certo, c’è il nodo della frammentazione delle competenze in ambito turistico tra Stato e Regioni e la necessità di fare sistema.

Ma, intanto, va messa in campo una strategia “a regole vigenti”. Farlo è possibile: ripartendo dal Piano Strategico di Sviluppo del Turismo per il periodo 2017-2022.

 

 

Gli investimenti pubblici e privati

 

Trasporti, logistica, rigenerazione urbana, turismo: sono tutti terreni d’azione per i quali quantità e qualità degli investimenti pubblici sono determinanti.

E per i quali sarebbe dunque decisiva la risoluzione del forse più preoccupante paradosso italiano.

Da un lato, negli ultimi 10 anni abbiamo perso 60 miliardi di euro di investimenti infrastrutturali.

Dall’altro lato, ci sono oltre 100 miliardi di euro di opere programmate a bilancio.

Insomma, i cantieri vanno sbloccati.

Davvero e non solo sulle pagine della Gazzetta Ufficiale!

E, ancora, il rilancio degli investimenti privati chiama in causa la riattivazione del circuito tra credito e sviluppo.

Un circuito virtuoso di cui i Consorzi Fidi devono essere parte integrante.

 

 

Conclusioni

 

Cari amici, vorrei concludere con una storia.

In una grande città italiana è stato svolto un piccolo esperimento sociale.

A un gruppo di genitori e ad un gruppo di bambini sono stati messi a disposizione fogli e colori, per fare un disegno della propria città.

Hanno iniziato prima i genitori, poi i figli.

Il risultato è stato che i disegni dei genitori erano vivaci e pieni di colore. Quelli dei bambini - in maniera inattesa - erano grigi, scuri.

Quando è stato chiesto il motivo, i bambini hanno risposto che i genitori avevano utilizzato e finito tutti i colori più belli. E a loro erano rimasti “gli scarti”.

Spesso senza capirlo, stiamo consumando le risorse dei nostri figli, da quelle finanziarie a quelle ambientali.

Ecco. Il Presidente della Repubblica ha concluso il suo messaggio con le parole “sostenibilità sociale e ambientale”.

La sostenibilità deve diventare una virtù dinamica del processo di crescita, incentrato sull’utilizzo delle risorse disponibili a condizione di riprodurle a beneficio delle generazioni future.

Se la società è un “equo sistema di cooperazione che dura nel tempo tra una generazione e la successiva”, quello che lasciamo deve essere sempre maggiore - o quantomeno uguale - al capitale naturale, sociale, culturale, finanziario che noi stessi abbiamo ereditato.

Ovunque, in Europa questa consapevolezza è stata mossa dall’energia delle nuove generazioni e sta producendo un impatto politico ed economico destinato a crescere, modificando gli stili di vita, di lavoro e di consumo.

Come Confcommercio è questo il terreno sul quale siamo e saremo chiamati a confrontarci, perché la sostenibilità diventi sempre più una leva competitiva per le imprese e uno strumento di promozione complessiva dei luoghi e del loro uso consapevole.

 

Signora Presidente del Senato, Cari Ministri, Onorevoli Deputati e Senatori, Autorità,

anche in questi anni di profonda crisi, non solo economica, la presenza delle imprese, delle nostre imprese, è stata una straordinaria avventura economica e sociale.

Le aziende del terziario di mercato non si sono arrese, non hanno sepolto il proprio talento.

E la Confcommercio è stata accanto e senza lasciare indietro nessuno.

Abbiamo ascoltato le imprese e parlato con la politica, riconoscendone il primato, rivendicando il valore del dialogo come strumento di democrazia sostanziale.

Lo abbiamo fatto senza indietreggiare di un passo sui nostri principi.

Ma sapendo fare un passo indietro per prendere lo slancio e saltare più avanti.

Lo abbiamo fatto sapendo di essere la più vasta rappresentanza di impresa del nostro Paese.

E che più grandi siamo, più grandi sono le nostre responsabilità.

Lo abbiamo fatto con l’orgoglio di rappresentare quel mondo del terziario di mercato che è un ponte tra tradizione ed innovazione, tra aziende storiche e giovani intraprendenti, tra possibilità e capacità.

Lo abbiamo fatto sulle spalle di oltre 70 anni di “Imprese per l’Italia”.

Imprese per l’Italia è il senso della nostra presenza.

Imprese per l’Italia è il perimetro del nostro impegno.

Imprese per l’Italia è l’ambizione del nostro futuro.

Imprese per l’Italia è la Confcommercio.

E la Confcommercio siete voi. Siamo tutti noi.

 

17/06/19
Categoria: Area media

Tipologia: Scenario nazionale