CONFCOMMERCIO SUL FISCO

Convegno Confcommercio"Meno economia sommersa, più crescita"

A Roma il punto sul Fisco. Con Sangalli, Padoan e Ruffini

 

Un rapporto dell'Ufficio Studi sul sommerso economico e l'evasione fiscale nelle regioni italiane ha aperto mercoledì 26 luglio il convegno organizzato a Roma da Confcommercio "Meno economia sommersa, più crescita". All'iniziativa, con il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, sono intervenuti Ernesto Maria Ruffini, direttore dell'Agenzia delle entrate-Riscossione e il ministro dell'Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan.

LE DETERMINANTI DELL'EVASIONE FISCALE: L'ANALISI REGIONALE DI CONFCOMMERCIO

LA PRESENTAZIONE DELL'UFFICIO STUDI DI CONFCOMMERCIO

L'INTERVENTO DEL PRESIDENTE DI CONFCOMMERCIO CARLO SANGALLI

"Cari amici, vi ringrazio per avere accolto l’invito a partecipare al nostro tradizionale appuntamento annuale sul fisco.

Un ringraziamento e un augurio di buon lavoro al neo-direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini.

E grazie al Ministro dell’Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan, per aver accettato il nostro invito a chiudere i lavori.

Questa prima parte del 2017 è caratterizzata dal rafforzamento dei segnali di ripresa della nostra economia, all’interno di uno scenario internazionale nel quale i rischi di rallentamento sono perfettamente bilanciati dall’eventualità di una crescita più robusta rispetto a quanto previsto soltanto alcuni mesi fa.

Le ombre sulle prospettive politiche dell’Europa non si sono del tutto diradate, ma nell’ultimo anno i risultati delle varie tornate elettorali hanno contribuito a ridurre le tensioni più aspre.

Sarebbe un errore, tuttavia, immaginare che demagogia e sovranismo siano battuti.

Manca ancora, infatti, una proposta credibile e condivisa per intraprendere un percorso di miglioramento delle istituzioni europee.

La crisi dei migranti non è risolta, né lo stallo in cui ci troviamo può costituire una soluzione.

Le minacce terroristiche restano sullo sfondo.

La sicurezza internazionale è gestita con troppe incertezze.

Prevale, tra i maggiori stati europei, una condizione di sfiducia e di sospetto che non aiuta a progredire su una strada di maggiore integrazione.

I mercati internazionali attendono senza fretta. Ne beneficiano i livelli attuali dei tassi d’interesse, ma l’orizzonte resta pieno di incertezze.

In Italia, un debito pubblico ingente, stabile ma non decrescente rispetto al PIL, continua a rappresentare un grave fattore di fragilità, che peggiora le nostre prospettive di crescita rispetto a quelle dei nostri partner internazionali.

Non possiamo accontentarci, dunque, dei pure positivi spunti congiunturali registrati in alcune variabili di consumo e di produzione.

L’incertezza cui facevo cenno, mette in discussione, infatti, le prospettive occupazionali e la tenuta dei consumi.

Alcuni difetti strutturali da più di un ventennio frenano il nostro sistema produttivo.

Mi riferisco all’eccesso di burocrazia e di pressione fiscale, al deficit di legalità, alle debolezze del sistema infrastrutturale, all’insostenibile costo del lavoro.

Abbiamo, dunque, bisogno di migliori prospettive.

E soprattutto bisogna accelerare sulle riforme e dare a famiglie e imprese la possibilità di scommettere sul futuro per imboccare definitivamente la strada della crescita.

Se confrontiamo le dinamiche della fiducia in Europa, su 27 Paesi solo in 4 la fiducia delle famiglie è da oltre un anno e mezzo su un trend decisamente decrescente, a parte isolati e poco significativi episodi: i Paesi sono l’Italia, la Grecia e due piccole nazioni dell’Est. Ci deve essere una ragione se noi siamo l’unico grande paese in deficit di fiducia. Crediamo che la radice affondi nella politica fiscale.

Siamo convinti che per rafforzare le dinamiche dei consumi e degli investimenti la via più promettente sia quella di superare la logica degli interventi spot e dei bonus discriminatori, ridurre gli sprechi e le inefficienze ancora abbondantemente presenti nella spesa pubblica, scartare definitivamente qualsiasi ipotesi di aumento dell'Iva, l’ultima cosa di cui gli italiani hanno bisogno.

Sul punto c’è stata la rassicurazione da parte del Governo e da più parti della politica.

Ma noi non abbasseremo la guardia, consapevoli, da un lato delle grandi difficoltà che il percorso di aggiustamento del bilancio pubblico presenta, e, dall’altro, che la soluzione non può certo passare da un inasprimento fiscale.

Da tempo denunciamo che il livello di pressione fiscale del nostro paese - ormai stabile al 43% - è insostenibile per il nostro sistema produttivo e incompatibile con qualsiasi realistica prospettiva di crescita robusta, diffusa, duratura.

Abbiamo dato atto, e lo facciamo anche oggi, dei risultati ottenuti dal Governo sul fronte del contenimento della spesa pubblica.

Ma affermiamo che si deve proseguire in quest’azione e, anzi, rafforzarla. Le risorse necessarie per ridurre il carico fiscale su famiglie e imprese si possono e si devono trovare agendo su due binari: da un lato, attraverso una profonda operazione di eliminazione di sprechi e inefficienze che l’aggregato dei consumi pubblici ancora presenta a qualsiasi livello istituzionale, centrale e locale.

Dall’altro, attraverso il contrasto all’evasione che - come confermato dall’analisi del nostro Ufficio Studi - consentirebbe, a determinate condizioni, di recuperare oltre 86 miliardi di imponibile evaso e quasi 43 miliardi di gettito da restituire, sotto forma di minori aliquote, ai contribuenti in regola.

E, tra i fattori che determinano l’evasione, indipendentemente dalla dimensione di impresa o dal settore produttivo, risultano cruciali proprio la quantità e la qualità dei servizi pubblici resi al cittadino e la facilità di adempimento degli obblighi fiscali. Variabili che, nel Mezzogiorno in particolare, sono costantemente e sensibilmente peggiori del resto del Paese.

E’ anche qui che si deve intervenire perché - per fare un esempio - solo per gli adempimenti fiscali, le nostre imprese devono impiegare 30 giornate lavorative all’anno, 11 in più rispetto alla media dei Paesi dell’area Euro.

Non dobbiamo stupirci, dunque, se nella comparazione internazionale l'Italia si colloca al 50° posto per il contesto favorevole nel “fare impresa” e scende addirittura al 126° posto - ultima tra i 27 Paesi dell’Unione Europea - relativamente ai tempi per pagare le imposte.

Un sistema fiscale costruito su queste basi inevitabilmente conduce a rapporti conflittuali tra fisco e contribuenti.

E’ un sistema squilibrato, farraginoso, complicato da capire e da gestire ed estremamente costoso per le imprese e per gli imprenditori.

Per realizzare una concreta semplificazione fiscale occorre ridefinire dalle fondamenta il sistema tributario del nostro Paese al fine di raggiungere un nuovo equilibrio in grado di coniugare semplificazione ed equità.

A tal fine sarebbe necessario:

-              il riordino in testi unici di tutte le disposizioni fiscali;

-              la stabilità nelle disposizioni che impongono gli adempimenti fiscali;

-              la non retroattività delle disposizioni tributarie.

E, soprattutto, che i controlli fiscali non finiscano per incrementare ulteriormente gli oneri burocratici a carico delle imprese.

Insomma, abbiamo bisogno di un sistema fiscale che sia semplice, equo e capace di assicurare stabilità e certezza.

In questo senso, apprezziamo la politica fiscale distensiva attuata dal Governo, compresa la riforma degli studi di settore che semplifica la vita delle imprese, così come l’intenzione annunciata pochi giorni fa dal Direttore delle Entrate Ruffini di dare un nuovo corso all’Agenzia comprendendo le difficoltà dei contribuenti, come le imprese del commercio, del turismo, dei servizi e dei trasporti.

Ma il grande passo da compiere rimane quello di dare un segnale di concreta riduzione delle tasse.

La nostra posizione è nota: ridurre le aliquote Irpef in maniera ragionevole e generalizzata, di cui beneficerebbero indistintamente tutti i territori e tutti i contribuenti e che consentirebbe di rafforzare il capitale fiduciario del paese per trasformare la ripresa in crescita.

Certo, non sta a noi decidere da dove iniziare. Sono tante le ipotesi sul tappeto per ridurre la pressione fiscale e poche - come ha ricordato il ministro Padoan - le risorse disponibili per attuarle. L’importante, qualunque sia lo strumento individuato - riduzione del cuneo fiscale o altro - è che si inizi subito.

E’ questa la sfida da cogliere, sfruttando tutti i margini di manovra consentiti dall’Europa, dentro l’Europa.

E sull’Europa chiudo.

Il Governo, le istituzioni, tutta la politica, devono proseguire nell’opera di costruzione di un nuovo e più fattivo clima europeo, nel quale anche lo stato dei conti pubblici nazionali sia testimonianza di adesione a un grande progetto piuttosto che conseguenza di un’imposizione dall’alto.

L’Europa è il nostro progetto, a cui un’Italia più robusta e vitale meglio parteciperà".

 

 

 

25/07/17
Categoria: News

Tipologia: Scenario nazionale
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